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Cosa hanno rappresentato per lei gli anni ’70, in particolare gli anni del “La Febbre del Sabato sera”?

Ha rappresentato l’infatuazione, peraltro diventata perpetua, nei confronti di un certo tipo di musica. Le sonorità di Chic,Earth Wind & Fire, Sylvester, Donna Summer e altri mi conquistarono subito e mi sorprendo nel constatare di come così giovane avessi gusti musicali già abbastanza maturi. L’album della Febbre lo ascoltavo nello studio del babbo – dove avevamo un piatto Grundig avantissimo che metteva la puntina sul solco da solo – e mi ricordo che su un pezzo che era la rivisitazione della V di Beethoven io mi divertivo a fare la moviola umana. Un ero mica tanto normale….

Un aneddoto, un ricordo, una curiosità legato alla disco music da condividere con gli amici di “I Love Disco”?

Beh quando a domenica in nel 2000 Carlo Conti disannunciò gli Chic – ospiti quel giorno in studio – e introdusse in scena me,  vissi un momento di sonoro frastrnamento. E poi indimenticabile il primo 45 giri acquistato nella mia vita. HUSTLE di Van Mc Coy 1975!

Perché una musica ‘frivola e superficiale’ è diventata uno dei più imponenti fenomeni commerciali mondiali e patrimonio condiviso da diverse generazioni?

Cavolo, perché è ganzissima!

Perché in una società che brucia le novità in una settimana, quella musica da oltre 30 anni è ancora oggi un rito collettivo di massa in ogni discoteca del pianeta?

Probabilmente non era così superficiale. O meglio, diciamo che in mezzo a tanta superficialità c’erano 3 o 4 guru mica da ridere, musicisti-produttori che poi sono rimasti nella storia fino ai nostri giorni: Giorgio Moroder, Nile Rodgers, Quincy Jones. Lo stesso Michael Jackson ha iniziato con la dance. Off the wall ne è pieno.

Perché ancora oggi, la musica anche di tendenza, la moda, i costumi attingono a piene mani agli anni ’70?

Forse anche perché oggi la pochezza, la sopravalutazione artistica, il vuoto pneumatico regnano sovrani in molti ambienti. Negli anni 70 c’era un’energia difficilmente riscontrabile altrove.

Cosa pensa in merito all’ affermazione del Prof. Tim Lawrence:

“In Usa, dove è nato anche il fenomeno della disco-teca, la disco music ha favorito l’affermazione di importanti diritti civili (gay, neri, ispanici…); nel resto del mondo è stata associata al disimpegno e, peggio ancora, alla droga, all’alcool e al sesso fine a se stesso. Ma la realtà è che la disco è stata uno dei più grandi fenomeni di integrazione di massa.  Giovani e meno giovani, neri e bianchi, professionisti ed operai, gente di sinistra e di destra, tutti riconoscono la disco music come propria. La Disco music è la musica popolare per eccellenza: è patrimonio di tutti e  appartiene a tutti. Noi crediamo che accanto alla musica Pop in generale, ed anche alla Disco music, sia arrivato il momento di mettere la parola ‘culture’.”

Il Professor Lawrence ha tutte le ragioni di questo mondo. Io la parola Culture l’avrei messa lì davanti già da un pezzo.

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