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I duri non ballano” mi ripeteva il mio amico dal divanetto rosso simil pelle sul bordo pista mentre sorseggiava annoiato un gin tonic annacquato. Ogni volta mi lanciavo in pista sudato e un pò impacciato con il giubbotto legato in vita per risparmiare sul guardaroba, travolto da quell’ancestrale battito in 4/4 e lui restava ad osservarmi mentre rimorchiavo ogni sera una ragazza diversa…era un vero duro!

Gran parte delle antiche culture fanno risalire l’avvento della vita, se non la formazione del mondo stesso, ad un suono, un ritmo, talvolta ad una danza, scaturite dall’immensa fantasia di qualche divinità.

Dalle steppe mongoliche, alle foreste amazzoniche, nelle saghe indù come nelle leggende azteche, dai filosofi greci a Carl Gustav Jung, ovunque si trovano tracce dell’importanza curativa liberatoria e spirituale della musica, spesso legata alla danza, filo diretto con il proprio io, con le nostre radici più lontane e con quel “tutto” di cui facciamo parte.

Anche i più scettici e scientifici dopo infiniti voli pindarici hanno dovuto riportare “l’inizio” tutto a quell’assordante colpo di tamburo che fu il “BIG BANG”.

Considerando che ogni espressione dell’uomo è figlia del suo tempo e delle sue necessità, è lecito concludere che la disco music fa parte di uno di questi riti collettivi e che in qualche modo fa anche parte del nostro DNA.

Fermarsi all’apparenza di una luce stroboscopica sarebbe come definire frivolo e superficiale quell’istinto che ci fa saltare di gioia o battere i piedi di rabbia; sarebbe come definire futile ed inconsistente Keith Hearing perchè disegnava dei pupazzetti nella metro di New York o Walt Disney perchè il protagonista delle sue storie era soltanto un topo, sarebbe come degradare i Beatles a semplice evento mediatico perchè le ragazzine svenivano ai loro concerti o non considerare Italo Calvino un grande scrittore solo perchè usava un linguaggio semplice per argomenti semplici.

Per noi europei la Disco Music è stata ed è tutt’oggi un fenomeno legato essenzialmente all’aggregazione, alla socializzazione e al divertimento: cosa non da poco!

Da musicista quale sono da venticinque anni, non trovo la Disco Music meno colta o meno intelligente di altri generi che si fregiano di questi attributi, anzi, essendo un genere ben definito in una gabbia ritmica piuttosto rigida richiede grande inventiva e conoscenza musicale da parte di chi la produce per sfuggire alla ripetitività o alla banalità. L’enorme varietà dei suoni usati, che passa dall’orchestra d’archi di Barry White per i fiati stellari degli Earth Wind and Fire, fino ad arrivare ai synth futuristici di Moroder che usò per Donna Summer, ha fatto si che i più grandi musicisti dei nostri tempi abbiano avuto la tentazione di misurarsi con essa: Quincy Jones con e senza Michael Jackson, a Paul Mc Cartney (il melodico per eccellenza dei Fab Four), fino a Burt Bacharach; ampliando così l’orizzonte di un genere che sembra non avere nè età, nè scadenza.

Tutt’oggi non possiamo che continuare a rimanere rapiti del groove di basso di “Good Times”, musicisti professionisti o shampiste della domenica sera. E infatti è questo il bello della Disco Music: è per tutti! A seconda di ciò che stai cercando, lo puoi trovare. Puoi ballare come Tony Manero o come l’Orso Balù, non importa avere la voce di Gloria Gaynor per sgolarsi gridando:”I will survive”!!!

Alla Disco Music lego anche il mio primo atto “illegale” ufficiale, infatti per entrare al cinema a vedere “la Febbre del Sabato Sera”, vietato ai minori di 14 anni, mi armai di penna a china e falsificando la carta d’identità alzai la mia età anagrafica di un paio di anni. La cassiera mi squadrò, probabilmente i suoi occhi esperti si chiusero benevolmente, traghettandomi inconsapevolmente in un mondo che mi avrebbe cambiato per sempre.

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