I Love Disco intervista Cecchetto sugli anni ’70
“ Allora se ti chiedevano ‘cosa fai?’ e tu dicevi ‘faccio il dj’, ti
rispondevano ‘e di lavoro?’, adesso invece è visto come un lavoro.”

Ricordi:
“Sono diventato disc jockey, ho cominciato da una piccola discoteca, prima ero nel guardaroba insieme ai cappotti perché la figura del Dj era quella di un cambia-dischi praticamente. Da lì piano piano la situazione si è evoluta, fino ad arrivare alla mitica Divina di Milano, una discoteca, che con lo Studio 54 di New York si contendeva nel mondo la nomea di grande discoteca degli anni ’70. Quando lavoravo al Divina con Cesare Zucca (Zucca ci lavorava già prima di me) non si metteva nessun lento, dei dischi lenti non me ne facevo nulla. Il Divina fu la prima discoteca con queste caratteristiche: musica altissima e basta lenti. Era talmente alta la musica, che le persone, per ordinare al bar, salivano sul banco per parlare all’orecchio del barista. E’ stato davvero un bel periodo, però con i dischi si andava ad intuizione, poi la situazione si è evoluta!”

La Radio:
“Nel ’75 siamo arrivati alla radio, quando Milano International cercava dj veniva a cercarli nelle discoteche e io ho detto ‘andiamo e proviamo in radio’. Devo dire che c’era uno stretto legame tra la discoteca e la radio, la gente durante il giorno ascoltava le stesse canzoni della sera e ti evocavano divertimento, ed era contenta.
Quindi le radio hanno cavalcato la musica della discoteca, e il grosso successo della radio è dovuto soprattutto alla musica della discoteca.

La passione per la musica:
La passione per la musica, “comincia dalla discoteca, negli anni ’70. Sono sempre stato un grande appassionato, prima ascoltavo la musica un pochino più seria, Pink Floyd, Genesis, Traffic. L’ascolto era davvero impegnativo perché comunque erano delle vere e proprie opere d’arte,e se mi disturbavano al terzo pezzo io mi arrabbiavo, è un po’ come fare l’amore, se ti interrompono ricominciare da capo è un casino, allora mi son detto, scusate il termine, “vorrei fare delle sveltine”, emozionarmi in tre minuti, dunque ho scoperto Aretha Franklin, Wilson Pickett.  C’è stato un grande lavoro delle discoteche e dei dj che hanno importato musica dall’America. The sound of Philadelphia, poi Patrick Hernandez, “Born to be Alive” mi piacque moltissimo, e siccome facevo il dj al Divina dicevo “come posso fare per metterlo 5 o 6 volte stasera?”. Era uscito un po’ prima “You make me feel” di Sylvester, con un sound simile, quindi io al microfono presentai il pezzo di Hernandez come ‘il nuovo Sylvester’, in modo che la gente era bella tranquilla dicendo “ah Sylvester va fortissimo”, e tutti cominciarono a ballarlo come dei matti. Poi alla fine della serata dissi che era “Born to be alive”.

Il  “Giocajouer”:
Io ho fatto il ‘Giocajouer’ e ne son fierissimo, dopo 30 anni ancora va, è entrato nel tessuto sociale. Quell’esperienza mi è servita anche a pensare al  ‘Gioca jouer’ usavo lo stesso metodo anche con altri dischi. Mi ricordo che in un disco, se c’era una pausa, io dicevo “Giù, giù, giù…” e tutti andavano giù, “Attenzione sale sale uoh…”  quindi il dj era il maestro della cerimonia. Mi è venuto in mente il ‘Gioca jouer’ dicendomi: “Via, facciamo qualcosa dove tutti quanti fanno la stessa cosa”. La cosa divertente è che ognuno guarda l’altro per vedere se lo fa bene! E’ un ballo facile, e dopo 30 anni è l’unico ballo di gruppo facile, forse perché non c’è nessuno stupido come me. Negli altri balli di gruppo devi guardare le coreografie e ricordartele. Nel ‘Gioca jouer’ se ti ricordi la coreografia bene, sennò te la dico io!”

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