“Continuate a diffondere e a propagare sempre la cultura della discoteca perché è cosa buona e giusta”.

I Love Disco intervista il disc jockey e produttore discografico Paolo Micioni sul significato degli anni ’70 e sulla sua esperienza con la disco music.

L’esperienza di Micioni negli anni ’70:

“E’ stata un’esperienza irripetibile nel suo genere perché ha influenzato e caratterizzato la musica che ancora oggi si fa. Li ho vissuti dall’inizio perché ho iniziato a fare il disc jockey nel ’73 sull’Adriatico, quindi mi son fatto la zona più bella, nell’epoca più bella. Ero anche un fan di Mozart allora, dei vari dj storici della Riviera Adriatica. Poi sono approdato a Roma nel ’75, e da lì per 38 anni ho continuato l’attività. Gli anni ’70, l’avvento della “Febbre del sabato sera”, è stato praticamente una spaccatura, una rottura tra un genere che affondava le proprie radici nei primi ’70, la disco, per arrivare poi alla stupenda colonna sonora della “Febbre del sabato sera” prodotta dai Bee Gees che ha introdotto nelle discoteche anche la musica con dei brani veri e propri. È stato uno dei dischi più venduti al mondo anche perché ogni brano è stato il singolo più venduto del momento in cui è uscito. Discograficamente parlando, è stato un fatto molto importante perché dei veri musicisti entravano in discoteca. Dal ’69 al ’79, il decennio che ha caratterizzato la discomusic in America ha segnato un’epoca che ancora oggi viviamo, ancora oggi si sente quella musica. L’entrata dei musicisti in discoteca è stata una sorpresa, pensavo che “Love in C minor” di Cerrone potesse perpetrare fino a oggi, invece negli ’80 c’è stato poi un ritorno, gli ’80 sono stati il prodotto di quello che si è seminato nei ’70. Negli anni ’70 io son stato prodotto da Claudio Simonetti, un disco che ha fatto il giro del mondo nel ’78, e l’esperienza più bella è stata che nel ’79 ero nella playlist del Loft di New York. Credo che questa sia più che sufficiente come soddisfazione!.”

La disco music e la moda delle discoteche:

“ I vari Siano, i capiscuola, i dj che hanno in qualche modo introdotto questo mestiere, venivano dagli anni ’60, quindi da esperienze di musica di ben altro tipo, e Mancuso è stato un dj rivoluzionario nel suo genere, perché ha introdotto dei contenuti, anche se subliminali, in quella che poteva sembrare musica da ballo catartico sotto la strobo e sotto la luce dei riflettori. In realtà l’esplosione della disco music poi ha rimbombato in tutto il mondo, ed è stata una liberazione dai movimenti studenteschi di fine anni ’60. Con Woodstock si è chiusa un’epoca, poi i primi anni ’70 sono stati caratterizzati soprattutto dal rock, e i giovani, stanchi delle lotte studentesche che ormai reputavano inutili, si riversarono nelle discoteche e in questi luoghi che nascevano allora, dalle foto di Andy Warhol… per esempio, ci fu l’ingresso delle band di colore nelle discoteche americane, dove prima invece erano quasi discriminate. Gli Chic e tante altre formazioni hanno fatto storia. L’introduzione della droga e l’agglomerazione di tanti giovani di ceti sociali diversi son stati sicuramente una nuova forma di protesta e di rivoluzione. La droga è sempre stata presente in ogni forma artistica, erroneamente o giustamente, questo non posso giudicarlo io. Comunque ha dato modo a tanti giovani di diversi ceti sociali, di diversa estrazione politica, di trovarsi in un luogo comune, come nei rave. Io ho trovato il fenomeno dei rave estremamente interessante come momento di passaggio, perché non sempre la protesta verbale porta a dei risultati, a volte anche il silenzio può essere una forma di grande rivoluzione.”

Aneddoti:

“Ho avuto il piacere di lavorare con il professor Lawrence, mi ha cercato perché ero l’unico italiano presente nella playlist americana nel ’79. Abbiamo avuto anche una discussione molto accesa perché lui metteva in dubbio il fatto che io potessi usare i campionamenti del ’76. Siccome io vengo da una cultura rock per un fatto anagrafico, ho amato tantissimo il rock degli anni ’70, il rock progressive, per cui gli ho dimostrato che c’erano delle formazioni e dei batteristi che ti davano la possibilità di fare dei loop.
L’esperienza più bella che mi viene in mente adesso da raccontare è il primo giorno che sono entrato in una sala d’incisione, la possibilità mi fu data da Claudio Simonetti che mi mise a disposizione un batterista eccezionale, Walter Martino, figlio del maestro Bruno Martino, batterista e percussionista eccezionale che aveva la mia ritmica, quindi mi disse “Fagli fare quello che credi sia giusto”, ha suonato per 16 minuti una ritmica un tempo eccezionale, sembrava un metronomo, una batteria elettronica di oggi. Quindi avere dei musicisti così importanti come parte dei ‘Goblin’, è stata una bella scuola.”

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